lunedì 28 settembre 2015

NEOCLASSICI VS KEYNESIANI

Una breve sintesi per rinfrescare le idee ai miei studenti di IV E e IV D

Buona lettura, la prof Rosy


NEOCLASSICI VS KEYNESIANI

La scuola neoclassica o marginalista (LIBERISMO ECONOMICO):

l'indirizzo neoclassico o marginalista nacque sul finire del 1800 soprattutto grazie all'opera dell'economista inglese William  Jevons, Teoria dell'economia politica, pubblicata nel 1871.
Il pensiero marginalista ha trovato una larga diffusione soprattutto per i risultati raggiunti nell'analisi microeconomica del comportamento del consumatore e dell'impresa. Di questa corrente fanno parte numerosi esponenti tra gli altri, nella scuola austriaca si annoverano Karl Menger, Eugen von Bogm-Bawerk e Joseph Alois Schumpeter, nella scuola di Losanna Lèon Walras e Vilfredo Pareto, nella scuola di Cambridge Alfred Marshall.




Il termine marginalismo deriva dal metodo di analisi utilizzato, consistente nel ricercare le scelte ottimali dei singoli soggetti economici attraverso il confronto tra il costo sopportato e il beneficio ricavato dall'ultima dose considerata del bene (dose marginale, appunto).
Con questo approccio, razionalistico e utilitaristico, essi individuarono le condizioni di equilibrio del consumatore o dell'impresa.






I neoclassici partono dalla teoria di Smith, detta della mano invisibile, per arrivare alla teoria del valore dei classici, ponendosi dal punto di vista del consumatore. Il valore secondo i marginalisti è dato dall'utilità o rarità che il bene riveste per il consumatore (teoria valore-utilità).
La scuola neoclassica va ricordata anche per le importanti innovazioni di metodo introdotte nell'analisi dei fenomeni economici. I marginalisti per primi fecero largo uso dello strumento matematico per elaborare le loro teorie, contribuendo con ciò a rinnovare il linguaggio della scienza economica in senso più scientifico e rigoroso.
In macroeconomia essi accettano la legge degli sbocchi di Say, secondo la quale “OGNI OFFERTA CREA LA SUA DOMANDA”.











Quindi, “la produzione crea la propria domanda”: la produzione aggregata, L’OFFERTA GLOBALE, qualunque sia il suo livello, incontrerà sempre sul mercato una DOMANDA AGGREGATA o GLOBALE capace di assorbirla. Nell’ambito dell’impostazione marginalista, in cui l’equilibrio comporta la “piena occupazione” dei “fattori della produzione”, la legge di Say afferma, come abbiamo visto, che non esistono ostacoli dal lato della domanda al raggiungimento della piena occupazione e che, salvo temporanei squilibri tra domanda e offerta, tutta la produzione è destinata a essere venduta.


La disoccupazione per i classici e neoclassici è una situazione volontaria, dovuta alla incapacità del lavoratore di accontentarsi di una salario più basso e risolvibile in base alla flessibilità dei salari.



L’equilibrio economico si verifica sempre con una piena coincidenza tra reddito effettivo e reddito potenziale, in modo tale che tutte le risorse siano pienamente occupate.




Inoltre, punto essenziale per i liberisti economici è la convinzione che lo Stato non debba mai entrare nel campo dell’economia, salvo alcuni interventi di carattere essenziale, come la difesa interna ed esterna, ed alcuni servizi indispensabili per la collettività.



L’ottimismo della legge di Say fu scalfito e poi disintegrato con la grave crisi economica del 1929, in cui si dimostrò che se la domanda cala a ausa di povertà e stagnazione economica, l’offerta non può risalire né essere assorbita dalla richiesta dei consumatori. Keynes infatti dimostra la mancanza di veridicità di questa teoria.

La scuola keynesiana:


il Trattato della moneta (1930) e la Teoria generale dell'occupazione, interesse e moneta (1936) sono gli scritti indispensabili per l'interpretazione del pensiero dell'economista di Cambridge John Maynard Keynes, e per apprezzarne il contributo da lui apportato all'economia moderna.



Keynes  prende le mosse da una critica severa delle concezioni economiche del liberalismo, in primo dalla legge degli sbocchi di Say. JMK non condivideva l'ottimismo di quelle teorie basate sulla convinzione che il mercato fosse in grado di autoregolarsi (mano invisibile, legge di Say) e, attraverso il libero oscillare dei prezzi dei beni e dei fattori produttivi, riuscisse spontaneamente a raggiungere il pieno utilizzo delle risorse disponibili. Questo principio rivelò tutta la sua inadeguatezza durante la crisi del 1929 che dagli Stati Uniti d'America si estese in tutta Europa.



Per Keynes quella teoria poteva funzionare solo se tutta la moneta percepita dai proprietari dei mezzi di produzione fosse impiegata nell'acquisto dei beni prodotti con quei fattori produttivi.

Il fatto è, sosteneva Keynes, che la moneta, oltre a essere mezzo di pagamento e unità di conto, svolge la funzione di riserva di valore e, proprio per questa sua peculiarità, non è spesa tutta per acquisti ma viene, in varia misura, risparmiata. Le decisioni delle famiglie sulla destinazione del loro reddito dipendono da svariati fattori non sempre prevedibili.
Senza dubbio il consumo dipende dal livello di reddito: più questo è alto, maggiore sarà il consumo, in termini assoluti. Tuttavia, la percentuale di reddito destinata al consumo (propensione al consumo) è decrescente all'aumentare del livello del reddito. La propensione al consumo è assai più elevata tra i percettori di redditi bassi che non tra i soggetti più abbienti..

Nei momenti di grave crisi, l'incertezza sulle decisioni dei consumatori si ripercuote sulle imprese le quali, non conoscendo le scelte future dei consumatori, vivono perennemente il dilemma di quanto investire, vale a dire di quante risorse destinate allo sviluppo della capacità produttiva. E spesso le imprese si trovano in sovrapproduzione, con una serie di scorte invendute, questo,
con una serie di reazioni a catena , porta alla contrazione degli investimenti , alla riduzione dell'occupazione e, quindi, in una diminuzione dei redditi e della domanda.

Le conclusioni a cui giunge Keynes sono diametralmente opposte a quelle dei classici. Non è l'offerta che influenza la domanda, ma piuttosto l'offerta che dipende dalla domanda. Gli imprenditori decidono gli investimenti sulla base delle previsioni di vendita.
Le condizioni di squilibrio come, ad esempio, quella della disoccupazione, lungi dall'essere situazioni transitorie che il mercato facilmente assorbe grazie al variare dei prezzi, possono avere carattere permanente.



In conclusione, il mercato può giungere a situazioni di equilibrio tra domanda e offerta ma non sempre queste sono di piena occupazione, come ritenevano i classici. Più spesso l'equilibrio si verifica in un contesto di disoccupazione, dove il reddito effettivo non è uguale a quello potenziale ma più basso..
Keynes ritiene fondamentale l'intervento dello Stato che con un'accorta politica economica può sostenere la domanda nei periodi di crisi con interventi di varia natura, ad esempio aumentando la spesa pubblica o riducendo il prelievo fiscale, che con   il moltiplicatore e l’acceleratore funzionano da stimolo per la ripresa della economia.


Le teorie keynesiane ebbero applicazione in diversi Paesi, fino ai nostri giorni. La prima e più famosa, denominata New Deal (nuovo corso), riguardò il pian di riforme poste in essere tra il 1933 e il 1938 dal governo americano del presidente Roosvelt per risollevare il Paese dalla grave crisi che lo aveva colpito sul finire degli anni Venti.
Ai nostri giorni le testi keynesiane sono state riviste e gli interventi statali si sono allargati alla soluzione delle problematiche sociali, tutela della salute, pensioni ecc.




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