giovedì 8 ottobre 2015

Questa crisi è figlia del neoliberismo thatcheriano

Per esigenze di approfondimento ribloggo una  intervista al prof. Salvatori

Questa crisi è figlia del neoliberismo thatcheriano
Intervista a Massimo Salvadori
Anche la sinistra contagiata dall’enfasi sul libero mercato: nel mondo globalizzato ha portato al dominio di oligarchie plutocratiche
«Noi non potremmo spiegarci la depressione in cui è caduta l’economia mondiale a partire dal 2008, nella crisi più grave dopo quella scoppiata nel 1929, senza tener conto degli effetti provocati dall’ideologia e dalla pratica di quel neoliberismo di cui Margaret Thatcher era stata l’apripista». A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici e scienziati della politica italiani: il professor Massimo Salvadori. Professore cosa ha rappresentato Margaret Thatcher e il «thatcherismo» su scala internazionale? «Il primo aspetto da sottolineare è che il thatcherismo ha rappresentato dalla fine degli anni Settanta un’onda lunga che non è ancora finita. Quest’onda, avviata in Gran Bretagna, aveva poi trovato immediatamente una sponda ancor più forte e importante in America durante la presidenza Reagan, dove poteva contare su assai significativi economisti che contro il sistema del welfare e contro l’intervento statale in economia, predicavano il ritorno allo Stato minimo. Questa ondata è diventata sempre più potente e dinamica in relazione ad un altro dato della massima importanza». Quale? «Mi riferisco alla spinta che all’ondata neoliberista thatcherian- reaganiana venne data da fattori concomitanti: in primo luogo, dal crollo dell’impero sovietico, che ha avuto un peso determinante nel favorire gli attacchi contro lo statalismo economico in tutti i suoi versanti. Tanto in quello veterocomunista - caduto in discredito totale dopo il 1989 - quanto in quello socialdemocratico, vale a dire sia nella forma rigida che in quella morbida. Ma quello che ha contribuito ulteriormente a dilatare su scala internazionale l’ondata neoliberista, sono state due esperienze ritenute di sinistra». A cosa si riferisce? «In primo luogo al governo Clinton negli Usa, che prese delle misure estremamente rilevanti nello smontare negli Stati Uniti l’eredità del New Deal roosveltiano, che aveva posto dei controlli pubblici sul settore bancario». Ciò vuol dire che il «thatcherismo» ha fatto proseliti anche a «sinistra»? «Credo che questa conclusione sia inevitabile, tanto più che alla politica di Clinton negli Usa e andata affiancandosi quella di Blair in Gran Bretagna. Blair ha contribuito con toni celebrativi a enfatizzare la totale libertà di gioco delle imprese private nell’ambito del mercato economico. Il sommarsi delle rispettive linee, in Gran Bretagna, negli Usa e di lì in maniera crescente in tutti i Paesi occidentali e non solo, ha finito per trovare le condizioni più favorevoli nel quadro della globalizzazione economica, che ha avuto nel neoliberismo la sua bandiera ideologica e politica». L’onda lunga del «thatcherismo» ha dunque segnato anche questo primo scorcio del Terzo Millennio? «Direi proprio di sì. Di quel neo-liberismo che ha portato alla depressione economica più grave dopo la crisi del 1929, Margaret Thatcher è stata indubbiamente l’apripista. L’apripista di un neo-liberismo che ha finito per porre al centro dell’economia mondiale non più la libera impresa secondo un approccio ideologico neo-individualista. Quello che ha determinato nella realtà dei fatti è il

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primato delle grandi oligarchie finanziarie e industriali, le quali hanno avuto la strada spianata nel perseguire i propri interessi particolari, obbedendo a finalità puramente speculative, lasciate libere di operare dal progressivo smantellamento degli organi di controllo pubblici sulla speculazione stessa. E tutto ciò ha prodotto il sopravvento dell’economia finanziaria sull’economia produttiva». In ultima analisi, professor Salvadori, qual è stato il tratto distintivo di Margaret Thatcher? «Credo sia consistito nel farsi interprete e propugnatrice di una ideologia neoliberista la cui finalità era di dare piena libertà, senza regole né vincoli sociali, dei singoli nel mercato economico- finanziario, e di aver portato nei fatti l’economia, diventata globale, sotto il dominio delle minoranze plutocratiche».
di Umberto De Giovannangeli (da L’Unità, 9 aprile 2013)

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